Te c’hanno mai mannato…
Molti turisti, percorrendo Via dei Fori Imperiali oppure Via del Corso, giungono a Piazza Venezia rimanendo affascinati dal gigantesco Vittoriano, che però per il suo mastodontico impatto fa da ombrello al colle Campidoglio o Capitolino, uno dei colli più importanti di Roma.
Oggi noi saliremo proprio su questo colle.
Per capire la conformazione del colle Campidoglio lo dobbiamo dividere in tre parti, due alture laterali e una sella centrale: la parte più alta è chiamata Arx Capitolina oggi occupata dalla Chiesa dell’Aracoeli, che a sua volta venne costruita sui resti del Tempio di Giunone Moneta, una delle divinità più amate dai romani e innalzato da Furio Camillo nel IV a.C.
La seconda altura, ma prima per importanza, è il Capitolium oggi occupato da Palazzo Caffarelli: qui risiedeva il Tempio di Giove Capitolino, il più grande tempio di Roma, il quale, oltre ad ospitare la Triade Capitolina (Giove, Giunone e Minerva) e i libri sibillini, fu il luogo del ritrovamento del Caput (testa). I sacerdoti romani interpretarono il fatto come un presagio: sarebbe diventata Caput Mundi la città nella quale fosse stata scoperta la testa in un proprio luogo sacro.

Fonte: https://www.andreapacchiarotti.it/archivio/roma/roma-campidoglio.html
Ma torniamo a noi. La terza parte del colle Campidoglio è la parte centrale chiamata Asylum, che fa praticamente da sella alle due alture laterali e dove oggi troviamo l’attuale Piazza del Campidoglio, l’entrata ai Musei Capitolini – primo Museo al Mondo (1471) – e la Statua Equestre di Marco Aurelio, ed è proprio sotto questa statua che oggi ci soffermeremo.
La statua equestre dell’imperatore filosofo posizionata al centro della piazza sull’ovale disegnato da Michelangelo ha una lunga storia e curiose leggende.
La statua equestre di bronzo dorato risale al II secolo d.C. e sappiamo che dall’VIII secolo d.C. venne posizionata davanti a Palazzo Laterano, sede Papale ed era conosciuta come Caballus Costantino in quanto, per un errore di giudizio, Marco Aurelio venne scambiato inizialmente per l’imperatore Costantino, colui che concesse la libertà di culto ai cristiani, ed è proprio per questo che fu l’unica statua equestre romana in bronzo a non essere distrutta o fusa.
Solamente dopo un attento studio di un bibliotecario del Vaticano, si scoprì che quell’uomo sul cavallo non era Costantino, ma Marco Aurelio, e così nel 1538 sotto Papa Paolo III la statua venne tolta da palazzo Laterano, luogo cristiano, e trasferita in Piazza del Campidoglio, dove vi era la sede del municipio della città.
Osservando attentamente la grande statua del cavallo, possiamo scorgere tra le sue orecchie un particolare insolito: il ciuffo della criniera somiglia chiaramente alla sagoma di una civetta.

Fu così che nacquero varie leggende popolari legate al canto della civetta, animale sacro alla dea Minerva e messaggero di saggezza, che avrebbe annunciato la fine del mondo.
La più famosa delle leggende è legata al detto “Marco Aurelio scopre in oro”: nel gergo popolare romano “scoprire in oro” significa “arrivare alla fine, essere spacciato”. Secondo la leggenda infatti la statua di Marco Aurelio, in origine dorata, perse tutto il suo splendore con il logorio del tempo.
Così tra il popolo romano correva la voce che quando la civetta avesse iniziato a cantare, la statua si sarebbe rivestita d’oro annunciando la fine del mondo.
Una piccola curiosità ci riporta nei primi anni 90’, quando fu realizzata la copia moderna della statua da mettere in Piazza del Campidoglio, per preservare la statua originale oggi nei Musei Capitolini, dove sono visibili ancora tracce dorate. I romani, campioni di umorismo, sentendone la mancanza, dicono “Nun la fate d’oro si no finesce er monno”.

Un’altra leggenda narra che nella statua con il passare del tempo si formarono piccole crepe dovute all’acqua piovana che iniziò a infiltrarsi e ad accumularsi nella pancia del Cavallo, favorendo così la crescita di anfibi, prima girini e poi rane: quando iniziarono a gracidare, gli abitanti furono terrorizzati raccogliendosi tutti in preghiera o fuggendo credendo che la profezia si stesse avverando e scambiando il gracidio delle rane per il canto della civetta, che annunciava la fine del mondo e di Roma.

Per concludere, una frase di Marco Aurelio tratta dai Pensieri (Meditationes):
“Le cose non turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sulle cose”.
se non te c’hanno mannato… Vacce.
