Archeologia al castello della Spezia
Passeggiando nel centro della città della Spezia ci si può domandare se sia antica o moderna, se sia possibile trovare tracce della sua storia ed edifici antichi: ebbene, si raggiunge la bella passeggiata Morin lungomare, fiancheggiata da palme, il ponte recente Thaon di Revel, che conduce al porto turistico Mirabello. Da lì si guarda verso la città e si individua la grande fortezza in pietra che la sovrasta, il castello di San Giorgio dalle origini tardo medievali. Per conoscerlo più da vicino ci si lascia il mare alle spalle, si attraversano i piacevoli giardini storici risalenti all’inizio del XIX secolo, si percorre la stretta via pedonale, il nostro carugio chiamato via del Prione, poi sulla destra si incontrano scalinate o due ascensori. Il secondo, inclinato e particolarmente panoramico, porta proprio davanti al castello. Sopra al portone d’ingresso sono apposti i bassorilievi marmorei raffiguranti lo stemma di Genova e San Giorgio e il drago, il Santo cavaliere a cui è dedicato l’istituto bancario genovese che dagli inizi del 1400 finanziava le imprese militari grazie alle quali si proteggevano i territori legati all’antica repubblica marinara da invasioni nemiche.

Se si ha la fortuna di visitarlo tra la primavera e l’estate è di rito una foto con la splendida bouganville fiammeggiante che pare a guardia dell’ingresso. Dal 2000 il castello è sede del museo archeologico Ubaldo Formentini che comprende reperti locali ed extraterritoriali, come quelli provenienti dalla collezione privata del paleontologo e geologo Giovanni Capellini, dalla preistoria al medioevo.
Di particolare interesse al primo piano alcune delle statue stele della Lunigiana, statue antropomorfe in pietra arenaria dell’età del rame e del ferro, rinvenute dal XIX secolo nel territorio attraversato dal fiume Magra; il secondo piano è dedicato a reperti della colonia romana di Luni, fondata nel II secolo a.c. al confine tra Liguria e Toscana, a pochi chilometri dal mare di Marinella di Sarzana, acquisiti dalla Spezia tramite un’ingente collezione privata nel 1938.

In queste sale fino alla fine dell’estate 2024 è allestita una mostra molto interessante sul ritratto romano che “tende a rivelare nell’immagine presente il tempo vissuto, il passato” (G. C. Argan): nella prima sala sono poste a confronto teste e busti in prestito dal museo archeologico di Luni e dal museo civico A. Lia che permettono di riflettere sulla rappresentazione realistica o idealizzata, sulle mode riguardanti le acconciature, sulla complessità della famiglia Giulio – Claudia, di cui sono riportati su un pannello alcuni eventi salienti legati a successioni, adozioni, esili, o semplicemente di osservare la precisione con cui sono cesellati riccioli, ciuffi, chignon, guance arrotondate o scavate, menti sfuggenti o pronunciati. Se è vero che gli artisti potevano sopprimere o abbellire dettagli, come sottolinea una citazione di Plinio, le raffigurazioni sono “quasi vive e spiranti“, come scriveva Polibio, sebbene siano prive ormai di alcune parti e della probabile colorazione.

Un oggetto tra tutti coglie l’attenzione: una piccola testa in ametista del museo Lia raffigurante Agrippina maggiore, moglie di Germanico e madre di Caligola, della prima metà del I secolo d.c. che si confronta con rarissimi esemplari simili in altre collezioni e secondo gli esperti poteva avere abiti d’oro, incredibile la minuziosa incisione dei morbidi boccoli ai lati del viso. La seconda sala espone altre teste e busti maschili e frammenti di statue maschili e femminili su cui si colgono dettagli come le ampie pieghe della toga, i bottoncini sulla manica di un abito, un volto particolarmente realistico che doveva avere pupille in pietra o pasta vitrea colorata che trasmette un’emozione tale da ardire quasi contraddire Cicerone secondo cui “molti grandi del passato si preoccuparono di lasciare di sé statue e ritratti, non immagini dell’anima ma dei corpi“.

A conclusione della mostra nella bella sala dedicata ai culti funerari scorre un video dedicato alla ricostruzione di volti di età romana. Dopo una sosta panoramica sulle terrazze, si saluta il castello per scendere in città a rifocillarsi, magari con un piatto tipico come la farinata o la mesciua…
