Appunti di Viaggio
La scorsa settimana abbiamo cominciato a scalfire la superficie di un territorio le cui genti sembrano essere molto dure ma al contempo ospitali. Riprendiamo il filo del viaggio dalla tecnologia contemporanea, rappresentata dal parco eolico e dal centro spaziale, tornando indietro nel tempo, in ere in cui bisognava difendersi e spaventare l’aggressore con costruzioni disarmanti. Salutiamo Collarmele.
Poco lontano troviamo Celano. Riconoscibile da tutta la valle per la mole del suo castello a fare da guardia, deve la propria fortuna ai Berardi prima e ai Piccolomini poi. Questi costruiscono nei paesi vicino una rete di fortificazioni e punti di osservazione in comunicazione visiva: Collarmele, Cerchio, Aielli, Celano, Santa Iona, Castelnuovo e Albe rappresentavano un’ideale cerchia difensiva, in effetti mai attaccata.
Da Celano partiva il grande tratturo reale che permetteva la transumanza degli animali fino a Foggia: pastori, mandrie e greggi partivano nei mesi più freddi alla ricerca di nuovi pascoli dove far rifocillare gli animali. Ad oggi è in corso la riscoperta di questi percorsi attraverso trekking di più giorni.
Così come è in atto una vera e propria rivalutazione del movimento contadino del brigantaggio: spesso persone molto povere attirate dall’idea di una libertà lontana dai meccanismi feudali che, delusi da promesse mai portate a termine, si facevano carico della fame del popolino attraverso azioni di rivolta contro i padroni e i proprietari terrieri.

I terremoti sono la più dolente delle note di questa regione. Sembra siano stati l’inizio della fine di Alba Fucens. La più coraggiosa delle colonie (e in seguito città) romane, talmente grande da avere un anfiteatro maestoso al suo interno. Recandosi nell’area archeologica lo si può visitare, entrandoci dentro dalle porte che davano sull’asse maggiore della sua arena ellittica. Molto emozionante poi è passeggiare tra i viali ancora pavimentati dell’antica città, tra quelli che una volta erano templi o edifici pubblici come il macellum, il foro, la basilica e il comitium. Ah, il tutto gratuitamente!

Ma guardando verso l’alto si notano i resti di un altro paese, più recente: Albe. Mura di case, spesso ancora intonacate e dipinte ma interrotte a mezzo metro di altezza. Alcune arrivano anche al metro e mezzo e supportano una scala che da nel nulla: è il risultato del grande terremoto del 1915.
Qui, così come a Pescina o a San Benedetto dei Marsi, la distruzione è arrivata alle ore 7:52 del mattino, portando un totale di oltre 30.000 morti, con una magnitudo XI della scala Mercalli.
Il disastro venne completato dal crollo di molti edifici di culto: dato l’orario, molte persone erano in chiesa per le lodi mattutine e lì trovarono il proprio destino ad attenderle.
Girando per i paesi si notano interi quartieri nuovi, con casette basse, dalla forma regolare. Sono gli alloggi costruiti nel post-terremoto, utili solo a dare un tetto e a non spopolare questa valle: di sicuro, non buoni a risollevare l’animo di un popolo che non si è mai fatto abbattere da nessun evento. Nemmeno dalle lotte contadine novecentesche represse nel sangue, che hanno dato il la alla riforma agraria italiana e al miglioramento delle condizioni lavorative dei lavoratori del settore primario.

Il viaggio stavolta si conclude idealmente nel posto più significativo, un luogo di memoria e di resilienza. Ed è così allora che saliamo nella vecchia Pescina, attraverso le case crollate, dove il vecchio castello è in fase di ristrutturazione. Ci lasciamo guidare da un viale alberato e ci ritroviamo davanti una scalinata. La vista è stupenda: l’intero Fucino ai piedi. Ed è proprio con questa veduta eterna che lo scrittore Ignazio Silone volle farsi costruire l’ultima casa, in un luogo dove poter abbracciare per sempre le sue terre e le sue genti. Cocciute, testarde, a volte ribelli. Ma molto accoglienti. Benvenuti nel Fucino.
Al prossimo racconto!
Testo pubblicato il 25 marzo 2022 su SevenBlog
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